INCONTRO - DIBATTITO

IL DANNO BIOLOGICO:
ATTUALI CRITERI LIQUIDATIVI E DIVERSITA'


oriz.gif (528 byte)

DANNO BIOLOGICO

Avv. Antonio Maria CARDILLO

oriz.gif (528 byte)

Ricordo quando, non molti anni fa, all'inizio della mia ancor pur breve carriera professionale, incontrai il funzionario preposto di una compagnia di assicurazioni per discutere il risarcimento dei danni fisici subiti da un mio cliente, in occasione di un sinistro stradale, in parte ancor oggi non risolti, il concetto di "danno biologico" o "danno alla salute", ed io, giovane professionista "d'assalto", deciso a tutti i costi a far valere la mia " professionalita'", cominciai a dissertare, appunto, sul danno fisico inteso come "danno biologico", sulla sua risarcibilita' e sui relativi criteri da adottare. Grande fu la mia sorpresa, e ancor piu' grande la delusione, quando mi resi conto che tutto il mio impegno era stato vano: il funzionario di allora, assai indaffarato e, decisamente, poco incline alle dissertazioni scientifiche, senza attendere la fine del mio "pistolotto", mi disse senza mezzi termini: Avvocato, il suo cliente e' pensionato e, dunque, non ha perso una lira a causa dell'incidente subito. Pertanto, non avendo subito alcuna perdita patrimoniale, non gli spetta alcun risarcimento. E poi e' pure avanti negli anni, quanto puo' campare? Comunque, siccome la nostra e' una compagnia seria, al poveretto qualcosa possiamo pure dargliela, ma solo per umana comprensione, non certo perche' gli spetti. "Rimasi senza parole e me ne andai con propositi bellicosi (in senso giudiziario, beninteso).

Oggi, fortunatamente, le cose sono un po' cambiate: il "danno biologico" e' diventato, ormai, parte del lessico comune, e non solo fra gli addetti ai lavori. I clienti ormai, comunemente, si informano su percentuali di invalidita' temporanea assoluta e parziale e sulla relativa quantificazione economica. Fiumi di inchiostro sono stati versati in questa materia, dalle ormai celeberrime sentenze della Consulta N87e 88 del26/07/79, le quali, pur respingendo, in modo discutibile, alcune eccezioni di incostituzionalita' sollevate in merito agli art.2059 e 2043 C.C., a<misero definitivamente, la risarcibilita' del "danno biologico". La Corte Costituzionale, infatti, per la prima volta, enuncio' in maniera inequivoca che:

a) il bene della salute non e' solo un bene socialmente rilevante ma, anche e soprattutto, individualmente tutelabile, come diritto primario ed assoluto, pienamente operante anche nei rapporti tra privati;

b) che il diritto alla salute e' diritto soggettivo direttamente tutelato dalla costituzione.

Anche la giurisprudenza di legittimita', successivamente alle pronunce della consulta, si occupo' della materia, in modo, a dir poco, contraddittorio. Infatti se da un lato le SS.UU. sostennero vigorosamente la natura soggettiva del diritto alla salute, operante sia nei rapporti fra privati e P.A., dall'altro, ancora nel 1979 la S.C. continuo' a sostenere la inesistenza della figura del danno biologico oltre a quella del danno patrimoniale e non patrimoniale. Solo nel 1981 la S.C. enuncio' il principio della autonoma risarcibilita' del danno biologico e, successivamente, nel 1983, sostenne che tale danno fosse risarcibile indipendentemente dalle conseguenze negative sul reddito del danneggiato (con buona pace del liquidatore di cui si diceva innanzi), proponendo una definizione del danno come " menomazione della integrita' psicofisica della persona in se' e per se' considerata, in quanto incidente sul valore uomo in tutta la sua concreta dimensione, che non si esaurisce nella sola attitudine a produrre ricchezza, ma si collega alla somma delle funzioni naturali afferenti al soggetto nell'ambiente in cui la vita si esplica, ed aventi rilevanza non solo economica, ma anche biologica, culturale ed estetica".

L'importanza rivestita da tale decisione sta proprio nella definizione di danno biologico, che, per la prima volta, prende in considerazione il "valore uomo", non piu' come essere "capace di produrre reddito", bensi' come, appunto, uomo nella estrinsecazione della sua personalita' morale, intellettuale e culturale. L'essere che prevede sull'avere, come insegna Erich Fromm, con il conseguente diritto alla tutela del "valore uomo" nei confronti di qualunque evento lesivo ingiusto che ne impedisca o, in qualche modo, limiti la sua piena espressione.

Il Danno Biologico, pertanto, non deve intendersi come una nuova figura di danno che si aggiunge a quelle tradizionali, ma come un metodo alternativo di risarcimento a quello tradizionale. Tale tipo di danno, conseguentemente, deve intendersi come danno base, nel senso che e' sempre presente ed e' sempre di per se' risarcibile ai sensi dell'art.2043 C.C., indipendentemente dal fatto che poi, materialmente, si verifichi pregiudizio economico o che sia presente e risarcibile il danno morale.

Tale concetto, ovviamente, viene a mutare l'idea basilare di danno, nel sensi che alla concezione di danno-conseguenza, per esempio l'incidenza del danno sulla capacita' di produrre reddito di una persona, si viene a sostituire la visione del danno-evento, nel senso che questo e' di per se' autonomamente risarcibile, a pr4escindere dalle conseguenze di esso sui redditi o sul patrimonio della persona lesa. Pertanto, il contrasto in dottrina sulla patrimonialita' o non patrimonialita' del danno biologico, a ben vedere, ha poco senso di esistere, in quanto patrimoniali o non patrimoniali sono le conseguenze di esso, non certo il danno in se', che, essendo essenzialmente un c.d. "danno base", e' indifferente ai concetti, appunto di patrimonialita' o non patrimonialita' in quanto e' da ricondursi nell'alveo del principio generale del "Neminem laedere" di cui all'art.2043 C.C.

Da quanto fin qui detto, consegue naturalmente che il risarcimento spettante per il danno biologico deve essere liquidato, a parita' di lesioni, con criteri uniformi per tutti, essendo il " valore uomo" uguale per tutti. Se si considera infatti la lesione psicofisica sotto il profilo del lucro cessante, inevitabilmente il risarcimento non puo' non essere differente a seconda dell'incidenza che la lesione ha avuto sul patrimonio del soggetto leso; mentre sotto il profilo biologico la lesione sara' uguale per tutti e conseguentemente, deve dar luogo a risarcimento uniformi.

Il problema che si pone, appunto, e' quello dei criteri liquidativi del danno biologico.

A tutt'oggi la carenza di una normativa regolatrice della materia ha dato luogo a notevoli disparita' di trattamento anche all'interno del medesimo Tribunale.

L'unico riferimento normativo certo dal quale prendere le mosse e' dato ancora dall'art.4 primo e terzo comma, L.39/77.

Occorre sgombrare immediatamente il campo dagli equivoci che possano sorgere dalla interpretazione di questa norma.

Va subito detto che il primo comma, il quale recita testualmente: "Nel caso di danno alla persona, quando agli effetti del risarcimento si debba considerare l'incidenza dell'inabilita' temporanea o dell'invalidita' permanente su un reddito di lavoro comunque qualificabile, tale reddito si determina per il lavoro dipendente sulla base del reddito di lavoro maggiorato dei redditi esenti e delle detrazioni di legge, e per il lavoro autonomo sulla base del reddito netto risultante piu' elevato tra quelli dichiarati dal danneggiato ai fini dell'imposta sul reddito delle persone fisiche degli ultimi tre anni, ovvero, nei casi previsti dalla legge, dall'apposita' certificazione rilasciata dal datore di lavoro, ai sensi dell'art3 del Decreto del Presidente della Repubblica, 29 settembre 1973, N600, tale norma, si diceva, si riferisce esclusivamente all'incidenza dei danni fisici sul reddito del danneggiato, prevedendo i criteri per il risarcimento del lucro cessante.

Un problema interpretativo si e' posto invece in relazione al terzo comma dello stesso articolo il quale detta le previsioni risarcitorie per "tutti gli altri casi". Orbene questo potesse appunto rientrare fra tutte le altre ipotesi in cui il danno prescinde dagli effetti sul reddito lavorativo. Mentree un altro orientamento dottrinario sostiene che l'intera norma si riferisca comunque ai criteri liquidativi da adottare in caso di danno patrimoniale da lucro cessante, distinguendo tre ipotesi: lavoratore dipendente, lavoratore autonomo "tutti gli altri casi"in cui un reddito esista ma non sia facilmente dimostrabile o non sussista nel momento della produzione del danno( ad es. minore, disoccupato temporaneo, lavoratore in nero, evasore fiscale etc.).

Questa seconda interpretazione e' sicuramente da preferire.

E', infatti, estremamente improbabile che il legislatore del 1977 abbia voluto dettare criteri per il risarcimento di un danno all'epoca non riconosciuto, non menzionato nella norma e negato, ancora nel 1979, dalla stessa Giurisprudenza della Suprema Corte.

Vi e' pertanto da ritenere che tale norma si riferisce sicuramente al risarcimento del danno patrimoniale da lucro cessante ed il calcolo tabellare basato sul triplo della pensione sociale rappresenti un metodo per liquidare tale tipo di danno quando sia certo nell'an ed incerto nel quantum.

Quid juris, dunque, per cio' che concerne il danno biologico?

Non v'e' chi non veda l'assoluto vuoto normativo in materia.

La dottrina prevalente si e' divisa in due orientamenti di base:

l'uno che vorrebbe la liquidazione del danno biologico con il calcolo tabellare basato sul triplo della pensione sociale, sul presupposto che il giudice di merito possa equitativamente adottare tale metodo base, in applicazione analogica del terzo comma dell'art.4 L.39/77 da adottare comunque alle singole fattispecie.

L'altro, invece,elaborato originariamente dalla Giurisprudenza del Tribunale di Pisa, che ritiene si debba adottare il c.d. calcolo a punto, attribuendo cioe' un valore economico al punto d'invalidita'.

Il primo metodo e' stato quello sin oggi piu' seguito dai giudici di merito, compreso il Tribunale di Messina, sulla considerazione del fatto che, essendo il danno biologico un danno base autonomamente ed uniformemente risarcibile, indipendentemente dal reddito del danneggiato, tale metodo offre una base di calcolo (triplo della pensione sociale, appunto) uniforme per tutti e, per giunta, in moneta corrente. Al risultato del calcolo, ovviamente, non andra' apportato alcuno scarto tra vita fisica e vita lavorativa, in quanto le lesioni permanenti valutate a titolo di danno biologico saranno patite dal soggetto leso per tutta la vita e non solo per la parte di essa in cui di svolge l'attivita' lavorativa.

Il metodo descritto e' apprezzabile in quanto offre una seria base valutativa al giudice, che nella sua discrezionalita' lo adattera' meglio ad ogni singola fattispecie.

La S.C. pero' di recente si e' espressa negativamente sulla utilizzabilita' del criterio di cui all'art.4 L.39/77 sull'esatto presupposto che esso si riferisca, indubbiamente, al pregiudizio patrimoniale conseguente alla menomazione della capacita' di produrre reddito del soggetto leso (Cass. Sez. III N9772, 16/9959. Ritiene la S.C. che la liquidazione del Danno Biologico debba avvenire in via essenziale equitativa mediante la liquidazione del Danno Biologico debba avvenire in via essenzialmente equitativa mediante la individuazione del valore umano perduto, fatta attraverso la personalizzazione quantitativa e qualitativa, nel caso concreto, di parametri in linea di principio uniformi per la generalita' delle persone fisiche (Cass. 18/9/95, Sez. III, N9828). il criterio di cui all'art.4, comma terzo della L.39/1977, pertanto, non puo' servire a commisurare il danno conseguente alla menomazione degli attributi e requisiti biologici della persona, in se' e per se' considerata. (Cass. Sez. III, 19/05/95, N5271).

Viene pertanto ad avere maggiore rilievo il metodo del calcolo a punto, adottato fin dall'origine dalla giurisprudenza pisana. Questi magistrati, tra i primi ad aver compiutamente elaborato il concetto di danno biologico, hanno ritenuto di dover scartare il parametro di cui all'art.4 L.39/1977, sostanzialmente per gli stessi motivi anzi cennati.

Scartato, inoltre il criterio della liquidazione equitativa pura e semplice ex art.1226 C.C. per il rischio di valutazione arbitrarie, ed ogni altro automatismo che non consentisse di valutare caso per caso ogni ipotesi di risarcimento del danno biologico, hanno ritenuto di elaborare un criterio risarcitorio basato sulla valutazione economica iniziale del punto di invalidita', suscettibile di aumento fino al 50%, di talche' fosse consentito al giudice "l'applicazione del correttivo equitativo in relazione alle fattispecie concrete" (Trib. Pisa 16/01/1985).

Tale metodo risulta particolarmente apprezzabile laddove consente al giudice di operare in base ad un criterio sostanzialmente uniforme senza per converso impedirgli di valutare ogni singolo caso concreto ed adattare ad esso la liquidazione del danno.

Su tale orientamento, da ultimo, risulta particolarmente apprezzabile la elaborazione compiuta dai presidenti e dai giudici del Tribunale di Milano, con l'obbiettivo di elaborare criteri tendenzialmente uniformi per la liquidazione del danno, superando le diversita', talora notevoli, dei parametri usati tra gli stessi uffici dello stesso Tribunale, ed eliminando le conseguenti incertezze fra gli operatori e le possibili disparita' di trattamento. Dalla relazione degli stessi giudici si legge che si e' reputato opportuno attribuire una certa rilevanza ai fini della determinazione del risarcimento del danno all'entita' della percentuale di invalidita' comporti una compromissione psico-fisica diversa, onde sarebbe stato ingiusto attribuire il medesimo valor-punto per invalidita', ad esempio, del 2% come del 50%, nonche' all'eta' del soggetto leso, distinguendo tredici fasce di eta', con diminuzione dalla prima all'ultima del 60%. Altri criterio, ancora, sono stati elaborati per la liquidazione del danno morale, della invalidita' temporanea e del danno biologico da morte.

In conclusione, da quanto fin qui detto si evince la, ormai inderogabile necessita' di un intervento legislativo che regoli la materia, tracciando dei criteri guida per il risarcimento del danno biologico che possano consentire ai giudici di fare riferimento a principi di uniformita' di base, oltre che di elasticita' e flessibilita', e possano, cosa piu' importante, agevolare la definizione stragiudiziale delle controversie che rappresentano una elevatissima percentuale del carico di lavoro del Tribunali perche' non e' piu' possibile ritenere che il valore dell'uomo sia difforme fra meridione e settentrione o, comunque fra regione e regione, e perche' non e' consentito a nessuno calpestare tale valore o umiliare chi, a seconda della sua estrazione geografica, sia inserito nelle categorie di cittadini di serie A o di serie B.

ANTONIO CARDILLO
  Avvocato in Messina
                                                   firma-card.gif (1655 byte)

 

Pagina precedente

     Home Page

Inizio pagina